“We’ve Seen Things”: visioni da un Futuro ormai arrivato

Sembra ormai passato tanto tempo da quando nel lontano 1982 faceva la sua comparsa un film che diede una visione del Futuro non esattamente idilliaca, in un periodo in cui il mantra era il sorridere, sperare ed essere ottimisti, sempre.

Un Futuro che inquietava, intristiva, deprimeva negli anni dell’edonismo, dell’ostentazione, della speranza a tutti i costi. Ci vide lontano Ridley Scott? Esaminando il nostro pianetucolo diciamo che in molte cose ha visto lungo, altre le ha forse esagerate un po’, ma in generale il quadro poco edificante messo in scena tre decadi fa si è avverato (sovraffollamento, inquinamento, le megalopoli invivibili che si possono “ammirare” in Oriente o nel Sud America esistono, mancano forse i Replicanti, o forse no) e si ha l’impressione che il peggio debba ancora arrivare.

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Cari terrestri, cari umani, tanto si è scritto di questa opera e lungi da chi vi scrive tediarvi con l’ennesima disamina di quello che è un Capolavoro dal Futuro, piuttosto saremmo curiosi di vedere che mondo era quello che presentò alle masse la Los Angeles del 2019. Lo faremo, esaminando la realtà di una grande città che, con un  nome di fantasia, chiameremo Taurinus (sembra quasi una colonia extramondo), avamposto di visioni di un passato e di un futuro.

Era una società ottimista e con tanti sogni quella del 1982. La speranza la faceva da padrona almeno quanto il denaro e la gente era tanto, tanto felice (o almeno così voleva far credere) e ciò si ripercuoteva nell’entertainment e nella Settima Arte.

Non è un caso che il campione d’incassi di quella stagione fu lo spielberghiano E.T, di certo non una pellicola deprimente e senza speranza. In questo clima ottimista però il nostro Blade Runner si fece valere e si meritò anche anteprime in pompa magna nella città che fu capitale italica.

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Fu visto da tante persone il duello tra speranza e disperazione. Vinse la prima e anche di tanto.

Erano anni così, in cui, anche se inquieti, si doveva essere ottimisti. Periodo manicheo, in cui si vedeva tutto o bianco o nero, senza vie di mezzo.

Ma come pensavano il mondo gli abitanti di questo avamposto torinese nel lontano 1982? Difficile ricostruire, tanto tempo è passato, ma il fatto che per le settimane di programmazione di Blade Runner, più di quarantamila umani si immersero nella perenne pioggia su celluloide della L.A. del futuro, lascia trasparire un’inquietudine di fondo che quel decennio tanto cercava di nascondere, ma che a fatica ci riusciva.

Queste notti al neon, la cappa di smog, la pioggia sopra citata, questi personaggi disperati ma romantici messi in scena da Scott hanno creato una fascinazione che ci pervade ancora oggi.

Viene quasi voglia di mettersi al volante di una macchina volante o di fare un giro nelle sovraffollate strade del Futuro chiedendoci, chissà se siamo tutti umani?

Eh sì, la domanda vera è questa, umani o androidi? Solo noi stessi possiamo darci una risposta, non è necessario essere sintetici per essere dei freddi robot, come può accadere che un replicante, all’apparenza spietato, sia più umano di tanti umani. Chissà se gli umani del 1982 erano più replicanti che di carne e ossa? Be’ forse un test Voigh-Kampff potrà darci una risposta.

Può un replicante amare? Può un replicante provare emozioni?

Oh sì che può e allo stesso tempo può anche odiare, come ogni umano e, come tale, ha paura. Di cosa? Della perdita e della morte, come tutti noi.

Allora vediamo che non c’è differenza tra uomini e macchine, tutto è flusso che ci avvolge e ci trascina, come lacrime nella pioggia.

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In trentacinque anni se ne vedono cose, anche troppe e, forse, le porte di Tannahuser le abbiamo già varcate come Ulisse varcò le Colonne d’Ercole. Dovremmo attenderci pioggia, neon e alienazione? Chi lo sa, forse solo sognando pecore elettriche o unicorni avremo la risposta.

Buone visioni dal Futuro (dal 2049, nda) e un caro saluto a tutti dai lontani bastioni di Orione.

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