Darren Aronofsky – Un viaggio nell’inquietudine

Sorprende come nell’ultimo film di Darren AronofskyMother! – manchino le tecniche da lui tanto amate come lo split screen o le carrellate di immagini dal taglio breve, inserite qua e là nella narrazione. Il regista usa queste tecniche figlie del cinema (post)moderno con un’indole del tutto nuova: infatti, se un regista come Michel Gondry in film quali Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004), L’arte del sogno (2006) o ancora Mood IndigoLa schiuma dei sogni (2013) usa lo split screen e altre relazioni visuali innovative per creare uno stretto legame confidenziale con lo spettatore e un’immersione in una realtà onirica e irreale fatta di sogni e desideri – il regista statunitense, invece, le usa per creare un climax ascendente nel percorso della visione.

Aronofsky quindi smonta e rimonta lo schermo per creare un viaggio d’inquietudine che accompagna lo spettatore nella visione del film: lo scopo è quello di disorientarlo e immergerlo in una dimensione ansiogena, che porta ad una immedesimazione totale con i protagonisti e con i loro mondi distopici. In Requiem for a dream (2000), Aronofsky usa una carrellata di più di 2000 fotogrammi per stordire la visione in un modo performativo e annebbiante; differente è il caso de Il cigno nero (2010), dove l’uso di giochi di specchi – che ricordano una tecnica molto usata nel cinema classico americano come ne La donna nel lago (1947) di Montgomery – con soggettive serve a realizzare visioni disturbanti della protagonista.

Nell’ultimo film invece la tecnica di ripresa è differente: per creare il senso di inquietudine e di soffocamento della protagonista, provocato dal non uscire mai dalla sua casa, Aronofsky punta la camera sulla sua nuca e la segue senza staccarsi un attimo. Così allo spettatore sembrerà di vivere lo sforzo fisico di scendere e salire le scale velocemente, grazie anche all’aiuto dato dall’effetto sonoro dei passi rumorosi e accelerati della donna, oltre che dal suo fiato spezzato e affaticato.

Il regista ha sostenuto in varie interviste che l’intento del film è quello di far riflettere su come ogni nostra azione porti a delle conseguenze e di come gli effetti di queste ultime gravino su tutti: la casa rappresenta un universo pieno di problematiche e condizioni esistenziali differenti. È quando cominciano a manifestarsi quegli effetti, che la sofferenza viene fuori: lo spettatore – vedendo le immagini del nuovo film – viaggia attraverso tematiche differenti e sente il peso della sofferenza e dell’inquietudine come condizione atavica dell’uomo, ma sicuramente uscendo dalla sala, l’esperienza cinematografica sarà stata soddisfatta.

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Autore: GiorgiaLodato

Studentessa di cinema e appassionata di commedia all'italiana e cinema postmoderno.

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