Don’t call me Nico

“Call me by my real name, Christa.”
Se una vita dovesse essere riassunta in una sola frase, quella di Christa Päffgen sarebbe questa. La riscopriamo in sala in questi giorni stanca, ruvida, consumata, ma finalmente uguale a se stessa nel ritratto che le dedica Susanna Nicchiarelli: Nico, 1988.

Se di lei sappiamo musicalmente quasi tutto, la storia di Christa/Nico con il cinema è, se possibile, ancora più travagliata e mai davvero compiuta: abbiamo provato a seguirne le tracce in un vorticoso viaggio lungo 50 anni e innumerevoli vite.

“Christa Päffgen non è un nome da modella.”
Christa nasce nel 1938 (questa la data più attendibile) o nel 1941 o nel 1943. A Colonia o forse a Budapest. Delle prime tappe della sua esistenza c’è una cronologia confusa, molta leggenda che si mischia alla realtà, sicuramente un’infanzia difficile. Il padre muore presto: arruolato nell’esercito tedesco, durante una missione una ferita al capo lo fa impazzire e, come da protocollo Aktion T4, finisce in lager. Altre fonti raccontano che è stato ucciso dai suoi commilitoni per ordini superiori, dopo aver subito una ferita troppo seria da parte di un cecchino francese.
La madre fa la sarta e la alleva tra mille difficoltà nella zona americana della Berlino post-bellica. Christa lascia la scuola a 15 anni, viene notata da Tobias, il fotografo del famoso couturier Oestergaard e a 17 anni è la modella più famosa della città. Fu proprio Tobias a spingerla a cambiare nome, mentre confida a Christa la sua disperazione per la fine dell’amore con il regista tedesco Nico Papatakis: “Sarò io la tua Nico”, gli dice lei per consolarlo.
Molti anni dopo, Nico conoscerà davvero il regista Papatakis in un ristorante a New York. Tra i due nascerà un rapporto di grande stima e affinità elettiva. Si dice che quando qualcuno li chiamava per nome, si giravano entrambi, come se fossero davvero fratelli. Nico vivrà con lui per due anni.

“C’è posto qui per due creature infelici?”
La carriera da modella procede e Nico diventa uno dei volti da copertina più noti della fine degli anni Cinquanta. È in questo periodo che acquista la casa ad Ibiza, dove trascorrerà gli ultimi giorni della sua vita. Lavora a Parigi per Chanel, ma scappa a New York: è inquieta, la carriera da modella la annoia e si trasferisce a Roma dove Alberto Lattuada la avvicina al cinema, affidandole una particina ne La tempesta. Nico si impegna, segue un corso di recitazione importante e il 1959 sembra l’anno giusto per approdare finalmente al grande schermo con un’altra breve apparizione ne La Dolce Vita. Sul set è molto timida e taciturna, ma Fellini rimane impressionato dalla sua aura e decide di ampliare la parte a lei riservata. Il ruolo di un androgino Virgilio vestito di nero, che accompagna Marcello nelle feste della nobiltà romana, le viene cucito addosso su misura: Nico non potrebbe mai essere nessun’altra e così si trova ad interpretare se stessa, fin dal nome. “Nicoou”, la saluta Marcello Mastroianni, facendo il verso alle sue vocali allungate.

nico la dolce vita
Nonostante Paparazzo la stia cercando per fare un servizio di moda, lei declina l’invito, perché non fa più fotografie, da un anno. Monologa da sola in tedesco in macchina finché Marcello, rapito, le chiede: “Ma che lingua parli? Di dove sei?”.
La Dolce Vita è per Nico una grandissima occasione sprecata a causa della sua indisciplina. Fellini non tollera i suoi continui ritardi e, dopo averla ripresa, inizia semplicemente ad ignorarla.
Amareggiata, Nico posa per la copertina di Moon Beams, storico disco di Bill Evans e si aggancia alla musica interpretando una canzone di Serge Gainsbourg che diventa il titolo di un film di Jacques Poitrenaud, Strip-Tease: proprio con questa pellicola la dea bionda tornerà sul grande schermo, interpretando una ballerina che si vota allo spogliarello, ma nessuno la prenderà mai davvero sul serio come attrice.

Nico-Icon
Gli anni ‘60 segnano l’incontro con Warhol e la celebrazione dell’anagramma più riuscito di tutta la storia dell’onomastica. Nico diventa l’icona seducente e distruttiva della generazione Factory. Bellezza glaciale e astratta, un mito, una voce che non smetterà più di essere definita nei modi più singolari: “sinistra”, “dolce e penetrante”, “monotona e sorda”, “come il vento in un tubo di scolo” “come un computer IBM con l’accento della Garbo.”
Sono gli anni dei Velvet Underground, dell’eroina che diventerà una compagna scomoda di vita, dei film Warholiani dove Nico è l’eco di una voce fuori campo che legge poesie in Sunset o occupa l’inquadratura intera di Chelsea Girls tagliandosi la frangia bionda insieme alla star più giovane della Factory, il figlio Ari di quattro anni, nato da una relazione con Alain Delon e mai riconosciuto dal padre.

ANDY WARHOL
Gli anni Sessanta sono i conflitti cerebrali e le gelosie artistiche con Lou Reed, le notti di sesso con Jimi Hendrix, la devozione di Leonard Cohen, sempre rifiutato da Nico. Sono i viaggi nel deserto, gli scambi di sangue e la fratellanza spirituale con Jim Morrison, i piatti di riso cucinati nell’attico della Fun House per Iggy Pop, sono tutte le vite vissute da Nico, concentrate in un decennio insopportabilmente assordante.

Christa’s resurrection
Philip Garrel arriva nella vita di Nico come una boccata d’aria cinematografica: i due si innamorano e vivono insieme prima in Italia, poi a Parigi, in un appartamento concesso dal padre del regista senza luce, senza gas, senza acqua calda, con ogni superficie della casa piena di mozziconi di sigaretta.

nico ari garrel

Si considerano a vicenda la quintessenza dell’artista e da questo sodalizio artistico e sentimentale nasce nel 1971 La cicatrice Intérieure, uno spassionato manifesto di audacia creativa, che non spiega nulla e rifiuta tutta la convenzionalità di ogni possibile struttura lineare. Il film si apre su una Nico cavernosa, dai lunghi capelli ormai scuri che si attorciglia, strattona Garrel, ma lo tiene anche per mano, si dispera, è cinta da un cerchio di fuoco. Un film disorientante, dove entrambe le figure vagano allontanandosi da un passato che è lontanissimo, eppure accaduto appena pochi anni prima – la Factory per lei, il ’68 parigino per lui – in un connubio di visioni e poetiche che celebra un’unione d’intenti più unica che rara.

la cicatrice interieure
Christa vive in questi anni la sua fase più intensa sul grande schermo: la videocamera di Garrel la assiste nella sua personalissima reincarnazione come uno specchio – I’ll be your mirror sarebbe un buon requiem? – catturandone l’essenza nel silenzioso bianco e nero corale di Les Hautes Solitudes (insieme a lei, Jean Seberg, Tina Aumont e Laurent Terzieff) o nel long take iniziale di Un ange passe. L’angelo che sta passando è proprio lei, perfettamente aderente alla frase idiomatica francese che descrive quel silenzio improvviso e inspiegabile che improvvisamente subisce una conversazione.
Dopo il silenzio, l’abisso: la fine della relazione con Garrel e dieci film sperimentali dopo, Christa dedica anima e corpo alla musica, con un inedito immaginario desolato, cupo e demoniaco. Eppure il grande schermo rimane incastrato fra le note, come uno spettro, nella sua ultima musica visiva in bilico fra tradizioni musicali diverse e e lontanissime, che coesistono in danze macabre, solitudine, tempeste, visioni esoteriche.
Com’è finita?
Lo scopriamo nel buio della sala in questi giorni con Nico, 1988: un titolo che è una lapide, l’uccisione necessaria e feroce di un’icona bionda, perché Christa possa finalmente reincarnarsi e ritrovarsi artista, donna e madre.

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Autore: marziallietta

Bionda anomala nel mezzo del casin della sua vita. Racconto, fotografo, condisco, mordo la realtà e anche un po' il cinema. Vivo di opposti complementari: bevo tè verde e ballo rock'n'roll.

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