Viaggio nel Cinema di Almodóvar: Julieta

Un drappo di seta rossa che si alza e si abbassa a intervalli regolari, vibra, respira. È il rosso dell’abito della protagonista, ma anche della passione bruciante, del sangue, della colpa, del sipario a teatro, della tragedia greca che ispira da sempre il regista, Pedro Almodóvar, e che la protagonista tanto ama. Un nome, Julieta, e un primo piano ravvicinato (soluzione stilistica particolarmente amata dal regista) che lo associa immediatamente ad un volto.  Una statuetta di terracotta che raffigura un uomo seduto, senza braccia, il volto scomposto come in un’opera di Picasso. E poi lettere, articoli di giornale, libri, poster alle pareti, un mucchio di carta stampata che soffoca la vita di Julieta (Emma Suárez), una donna sulla cinquantina pronta a lasciarsi alle spalle la sua vita a Madrid per raggiungere il Portogallo insieme al compagno Lorenzo (Darío Grandinetti). C’è un breve dialogo tra i due, poi si stringono. Lui: “Grazie per non lasciarmi a invecchiare solo”, e lei: “Sei tu che non lasci sola me”.

Nei primi cinque minuti di Julieta (2016) c’è già tutto ciò che sarà il film e tutto ciò che è stato il cinema del regista manchego: le passioni umane, il barocco del décor, la cura quasi feticista per il dettaglio, il passaggio dal totale al primo piano senza soluzione di continuità, lo sguardo insondabile di una donna come tante altre (a partire dal nome dei titoli di testa, scritto in minuscolo) ma con vissuto particolare; l’infinitesimamente piccolo di un origami rosso appeso alla parete e l’enorme peso della colpa e della solitudine.

Il film ricostruisce attraverso il flashback la storia di un rapporto interrotto tra una madre, Julieta (interpretata nei flashback da Adriana Ugarte), e la figlia Antía (Priscilla Delgado), che non rivede da dodici anni. Una perdita che è tanto più straziante perché non c’è un corpo su cui vegliare, il ricordo di un addio in cui cullarsi o qualcuno da incolpare, ma solo la consapevolezza dolorosa di un allontanamento volontario, che diventerà, dopo l’incontro casuale con Beatriz (Michelle Jenner), migliore amica di infanzia di Antía, la spinta per intraprendere una ricerca prima psicologica e poi “geografica”, sul campo.

Julieta è in primo luogo la storia di un viaggio, un moto centripeto che tocca la Spagna in lungo e in largo e che ha come forza motrice la passione, intesa come fuoco che alimenta e guida le nostre azioni, quel rosso onnipresente nel film.
È la passione totalizzante per il pescatore e artista Xoan (Daniel Grao) a spingerla a Redes, un piccolo paese sul mare in Galizia, dove la donna sperimenterà il dolore accecante misto al senso di colpa per la perdita della persona amata in un tragico incidente in mare. Il dolore la porterà a trasferirsi a Madrid per allontanarsi dal luogo della perdita, dove vivrà per parecchio tempo in una sorta di shut down dissociativo, accudita giorno e notte dalla figlia e dall’amica Beatriz.
Sarà la rabbia (in fondo non è una delle possibili declinazioni della passione?) a risvegliarla da questo stato catatonico e a spingerla a Peña Montañesa, sui Pirenei, per cercare tracce della figlia dopo la sua scomparsa.

Gli anni successivi, sempre nella capitale, sono caratterizzati invece della ricerca di un equilibrio che passa necessariamente per la rassegnazione. Grazie alla solidità del rapporto con il compagno Lorenzo, che è l’opposto di Xoan – se dovessimo associarli ad un elemento sarebbero il primo la terra e il secondo l’acqua– rimette insieme i frammenti delle fotografie e i cocci della sua esistenza, fino al debole spiraglio finale di un possibile ricongiungimento con la figlia ormai diventata madre, forte però quanto basta per accenderla di nuovo, per spingerla verso un nuovo viaggio.

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