“La garçonnière” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “LA GARÇONNIERE” (1960)

Il nono film di Giuseppe De Santis esce in una stagione, il 1960, che vede spopolare la trinità del nostro cinema post-neorealista: Rocco e i suoi fratelli di Visconti, L’avventura di Antonioni e La dolce vita di Fellini. Luca Bandirali, nell’analizzare la pellicola per un libro collettaneo del 2007, osserva come «la differenza profonda con il cinema coevo» stia «nella lucidità dell’assunto ideologico e nella chiarezza d’intenti» e come, di fatto, l’autore tenda alla denuncia rispetto alla vicenda raccontata laddove i suoi colleghi partecipano la crisi dei rispettivi personaggi. «Il mondo narrativo desantesiano – prosegue lo studioso – è diviso fin dalle origini in classi; gli umili e gli oppressi, in questo mondo, rappresentano la forza storica del cambiamento; la borghesia cittadina de La garçonnièrie rappresenta, al contrario, un gruppo sociale regressivo, malato, decadente». Nell’esplicitazione di questo conflitto si trova il reale scarto.

Il protagonista è infatti un ingegnere romano che ha fatto dell’inganno e della prevaricazione il dominio di vita pubblica e privata, che tradisce la moglie con giovani donne che devono provargli di poter tornare a essere puro, di potersi rifare un futuro. Un passivo etico che un moralista attento come Alberto Lattuada focalizzerà soltanto nella cerchia di professionisti milanesi de L’amica (1967) e che pochi altri riusciranno a sintetizzare così bene. Con De Santis scrivono naturalmente i sodali Guerra-Petri-Pirro ma anche l’ex partigiano Carlo Bernari e Franco Giraldi, a conferma dell’impegno sotteso alla formulazione di un film che vuole davvero riflettere la sua epoca. Trent’anni dopo l’autore ne parla così: «La garçonnière ha dietro le spalle questo background, la storia della crisi di un uomo, che attraverso questo rapporto con la giovane scopre la sua identità e quindi il malessere di una società». Ne parla con una certa amarezza: «è il film degli sconfitti».

Sul piano stilistico, per il regista dei dolly e delle ariose panoramiche, questo film è una novità perché girato in studio, «in cui il suono musicale – osserva Bandirali – è quanto mai prima elemento strutturale, spunto drammaturgico e di commento». Da una parte l’accompagnamento di Mario Nascimbene che, memore del Miles Davis di Ascenseur pour l’echafaud (Ascensore per il patibolo, 1957) di Louis Malle, compone un jazz rarefatto; dall’altra un’antologia di successi del periodo, da Peppino di Capri a Domenico Modugno. Ma il punto di forza di De Santis è comunque il lavoro con gli attori, «tanto più difficile – ancora per Bandirali – quanto più distanti sono i loro caratteri ottusi e spossati dalla freschezza degli eroi della terra». Ritroviamo Raf Vallone (dopo Non c’è pace tra gli ulivi e Roma ore 11) ed Eleonora Rossi Drago (già in La strada lunga un anno), i quali si prestano per l’ennesima volta al discorso politico che l’autore intende fare attraverso un cinema sempre più marginalizzato.


Nel 2017 ricorrono i 100 anni dalla nascita e i 20 dalla morte di Giuseppe De Santis.

PUNTATE PRECEDENTI:

1- CACCIA TRAGICA
2- RISO AMARO
3- NON C’È PACE TRA GLI ULIVI
4- ROMA ORE 11
5- UN MARITO PER ANNA ZACCHEO
6- GIORNI D’AMORE
7- UOMINI E LUPI
8- LA STRADA LUNGA UN ANNO

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