Il cinema di Luciano De Crescenzo

L’uscita in dvd del documentario Così parlò Bellavista (2017) è l’ottimo pretesto per rivisitare la breve ma significativa carriera cinematografica dello scrittore-regista-sceneggiatore-attore napoletano Luciano De Crescenzo.

Nascosta dal suo successo letterario (25 titoli, 18 milioni di copie vendute nel mondo in 25 paesi) e dalle sue frequentazioni televisive, la vita cinematografica di Luciano De Crescenzo conta quattro film da regista, altri due (oltre ai suoi) da sceneggiatore e una decina di apparizioni totali davanti alla macchina da presa.

Tutto inizia nel 1978, collaborando allo script de La Mazzetta di Sergio Corbucci, ma per vederlo finalmente agire da protagonista (come autore e anche come attore, nel ruolo non banale del Padreterno!) bisogna attendere il 1980, quando insieme a Renzo Arbore scrive il famigerato Il Pap’occhio, enorme successo di pubblico nonostante il repentino sequestro da parte delle autorità per vilipendio alla religione.

La collaborazione con Arbore prosegue in tv e al cinema: nel 1982, grazie al successo della prima loro sceneggiatura, i due sono chiamati a una nuova opera: il soggetto di FF. SS. – Cioè: …che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene? viene esplicitato ad inizio pellicola, con gli stessi Arbore e De Crescenzo intenti a trovare un’idea degna di succedere a quel film… Il miracolo di San Gennaro richiesto offre loro una sceneggiatura inedita di Federico Fellini, caduta grazie al vento dalla finestra dello studio del Maestro riminese, di cui entrambu sono da sempre fan.

Il 1984 è l’anno dell’esordio alla regia, portando al cinema il suo primo grande successo letterario, Così parlò Bellavista. Un compendio della visione di Napoli e dei napoletani, scritto (e poi trascritto) da De Crescenzo, già esibita nelle sue fotografie. La storia è minima, un banale pretesto (il trasferimento lavorativo sotto il Vesuvio di un rigido milanese, Renato Scarpa) mette scompiglio nel palazzo in cui vive da sempre il professor Bellavista-De Crescenzo. Il mondo intorno a loro, le battute e le situazioni, le tradizioni e le convenzioni: una visione della città partenopea immortale e capace ancora oggi di risultare più efficace di tanti trattati più “seriosi”.

Enorme il successo, che portò a De Crescenzo il David e il Nastro d’Argento come miglior regista esordiente (stesso doppio riconoscimento ricevuto anche da Marina Confalone come attrice non protagonista): passa un anno ed esce inevitabile il seguito, Il mistero di Bellavista.

Una esile trama gialla serve a riportare in scena gli stessi personaggi e ambienti del primo film: i due amici-discepoli di Bellavista credono di vedere un omicidio nel palazzo di fronte al loro e inizieranno una scalcagnata indagine che porterà allo scoperto i segreti di alcuni condomini. Il ritmo è latitante, curiosamente pur avendo un filo narrativo più solido del film precedente questa opera seconda fatica a carburare, con troppi momenti interlocutori e pochi guizzi.

L’ispirazione per un nuovo lungometraggio è difficile da trovare, la giusta intuizione di De Crescenzo per il terzo film (ispirato al libro Oi Dialogoi – I dialoghi di Bellavista) è quella di unire tre diversi racconti. Nel 1988 esce così 32 dicembre: tornano quasi tutti gli attori ormai usuali (da Renato Scarpa a Sergio Solli e Benedetto Casillo, da Riccardo Pazzaglia a Nuccia e Nunzia Fumo, per dirne alcuni), tornano le “pillole” di filosofia tanto care all’autore, in primis il concetto relativo del tempo.

Un matto da assecondare nella sua convinzione di essere Socrate, una signora di una certa età (la grande diva Caterina Boratto, qui in uno dei suoi ultimi film) ostacolata dai figli nel suo sogno d’amore senile, un poveraccio alla ricerca di soldi per comprare i botti di fine anno per i figli: altalenante la riuscita, ma sicuramente convincente il “totale”.

Con alcune perle, come la radiocronaca dei fuochi d’artificio fatta da un ispirato Enzo Cannavale e ritmata da Tullio De Piscopo.

Qualche anno di pausa, in cui De Crescenzo si dedica alle altre sue passioni, e nel 1995 vede la luce il suo quarto e ultimo film da regista, Croce e delizia: Teo Teocoli protagonista, una troupe che vuole girare un film da La Traviata, volti noti del suo cinema (Marina Confalone su tutti) e della sua vita (una Isabella Rossellini deturpata), i suoi temi classici (filosofia, sempre, ma anche melodramma e sentimenti, con un filo comico costante). Per alcuni il suo film migliore, seppur uscito fuori tempo massimo, quando l’attenzione del pubblico era un po’ meno cospicua.

Finisce così la carriera cinematografica di Luciano De Crescenzo, ma vanno citate ancora le sue ultime apparizioni davanti alla macchina da presa, in piccoli ruoli come quello di in Anni 90 – Parte II di Enrico Oldoini o in Stasera lo faccio, in Quasi quasi mi sposo o in due film di Lina Wertmuller, Sabato, domenica e lunedì e Francesca e Nunziata.

Nel 2017 Antonio Napoli e Serena Corvaglia celebrano la sua carriera nel citato documentario Così parlò De Crescenzo, nuova apprezzata apparizione davanti alla macchina da presa, meritato premio per una filmografia sicuramente di successo ma forse troppo presto dimenticata.

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Autore: Carlo Griseri

Giornalista e critico cinematografico, gestisce i siti Cinemaitaliano.info e Agenda del Cinema a Torino, collabora con il festival Seeyousound e molto altro ancora.

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