L’Arabia Saudita (ri)scopre il cinema?

Haifaa Al-Mansour, Mahmoud Sabbagh, Hisham Fageeh. Ma anche Wadjda e Barakah: sono ancora pochi i nomi (di persone reali o di personaggi inventati) a cui pensare quando (raramente) ci si confronta con il cinema in Arabia Saudita. Ma presto, forse, le cose potrebbero cambiare.

Non sono mai stati molti i film realizzati in Arabia, né gli autori locali attivi a livello internazionale. Sporadiche le pellicole, quasi esclusivamente documentarie, e non numerose anche le sale cinematografiche presenti sul territorio: le prime vennero costruite negli anni ’30 dalle società petrolifere occidentali per allietare i loro dipendenti, importando film esteri vista l’inesistenza di una produzione locale. Il primo regista saudita, infatti, è Abdullah Al-Muhaisen, che girò il suo primo film (documentario) soltanto nel 1975, partecipando anche a festival internazionali.

Molto poco cinema, quindi, nel corso di diversi decenni, ma che pare tanto rispetto a quanto fatto a partire dal 1979: in seguito all’assalto di un gruppo di fanatici religiosi alla Grande Moschea de La Mecca, il governo saudita punta su una repressione mirata a irrigidire i precetti del wahabismo, la versione più estrema e purista dell’Islam. I cinema in quanto ritrovi pubblici vengono chiusi, il cinema in quanto arte viene definito anti-islamico e boicottato.

Negli ultimi anni le cose paiono un po’ meno rigide: il governo ha aperto (e poi chiuso…) una serie di festival cinematografici, ma dal 2015 prosegue a sostenere e organizzare il Saudi Film Festival a Damman. Una notizia degli ultimi giorni, che potrebbe davvero cambiare definitivamente gli equilibri, appare davvero significativa: all’interno del progetto Vision 2030 l’11 dicembre 2017 il Ministro della Cultura Awwad bis Saleh al-Awwad ha annunciato la riapertura ufficiale delle sale, prevista a marzo 2018 (con una limitata libertà di programmazione, ovviamente, e spazi separati per uomini e donne). Sono 300 le sale annunciate in apertura tra il 2018 e il 2030, in tutto il Regno.

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E i film? Nelle liste ufficiali si contano quattro film “veri”, ma sarebbe meglio dire due perché il primo (datato 2006), Keif al-Hal?, venne girato negli Emirati Arabi. La stessa casa di produzione, Rotana, di proprietà del principe Alwaleed bin Talal, nel 2009 girò a Dubai la commedia Menahi, che diventò un vero caso quando, nel mese di dicembre, divenne il primo film proiettato in sala da decenni. Proiezioni aperte agli uomini e ai bambini di ogni sesso sotto i 12 anni (ma anche in alcune occasioni “miste” nelle meno rigide Gedda e Taif), per un totale dichiarato di 25.000 spettatori, 9.000 dei quali donne. Ma l’esperienza non venne ripetuta.

Il primo film girato interamente in Arabia Saudita, con cast locale e addirittura diretto da una donna, è stato quindi La Bicicletta Verde (Wadjda, 2012) di Haifaa Al-Mansour, presentato in concorso alla Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia dello stesso anno. La regista aveva in precedenza girato alcuni corti e documentari premiati all’estero, ed era stata produttrice associata per Keif al-Hal.

Racconta la storia della giovane Wadjda, ribelle per amore di una bicicletta (verde) che vuole più di ogni altra cosa, nonostante il divieto di guidarla imposto alle donne saudite. Colta dal racconto nel momento di passaggio da bambina libera di muoversi e interagire con i maschi a quello di donna velata e “incasellata”, la piccola cercherà anche di servirsi del Corano e delle regole imposte per avere la meglio. Film delicato, intenso, ottimamente interpretato e orchestrato, che entrò nel cuore di un folto pubblico.

Enormi riscontri e circolazione internazionale, regista entrata nel gotha del cinema mondiale (arrivando a girare il suo secondo e terzo film negli USA e in inglese: Mary Shelley (2017), visto al Torino Film Festival, è interpretato da Elle Fanning; Nappily Ever After con Halle Berry sarà su Netflix nel 2018), ma pochi emuli in patria.

Dovranno passare oltre tre anni per arrivare alla Berlinale del 2016, quando in catalogo appare Barakah meets Barakah di Mahmoud Sabbagh, commedia romantica interpretata da Hisham Fageeh, attore diventato star in Arabia per la sua campagna contro il divieto di guida per le donne del suo paese, No Woman, No Drive.

Tecnicamente il film è una commedia romantica come tante altre, con due protagonisti giovani e belli divisi dalla loro classe sociale (proletario funzionario comunale lui, ricca ereditiera lei), conosciutisi per caso e uniti dal loro rispettivo nome di battesimo. Un lavoro che non presenta guizzi memorabili, se non nella giusta intesa tra i co-protagonisti, il citato Fageeh e l’esordiente Fatima AlBanawi.

Quello che colpisce è la critica alla società e alle regole imposte. Critica velata e quindi non censurata (la “pixellizzazione” di alcune immagini è stata voluta dal regista, come gesto ironico sulle restrizioni): la storia si svolge a Gedda e non sono rari i richiami a quando, pochi decenni fa, la vita e la libertà nel paese erano ben altre. Esplicite foto d’archivio, reprimende precise alla generazione dei “padri”, ma anche e soprattutto le difficoltà concrete dei due giovani semplicemente a trovare “spazi aperti” in cui parlare e conoscersi meglio.

C’è un’altra cosa da segnalare, specie facendo un paragone con la situazione in Iran. In entrambe le società il velo è obbligatorio per le donne in pubblico: nel cinema persiano le attrici lo indossano anche nelle scene casalinghe (in cui i personaggi femminili “potrebbero” non indossarlo), perché destinate a essere viste dal pubblico (anche maschile) del film. In Barakah meets Barakah si nota in primis una gestione abbastanza libera dell’obbligo da parte dei personaggi (ma si intuisce come ciò possa dipendere dalla classe sociale e dalle diverse situazioni), e ancor più la libertà con cui a “noi spettatori” viene concesso di vedere le attrici “svelate“.

Due film e basta? Sì e no. Sono questi due i titoli internazionalmente noti e “riconosciuti” come sauditi, girati da sauditi e in territorio saudita; sono decine, invece, i film prodotti con soldi sauditi nei Paesi limitrofi, destinati ad essere importati in Arabia: situazione al limite del ridicolo, un facile aggiramento del divieto permesso senza sensi di colpa.

Ne arriverà (speriamo presto) un terzo, ancora diretto da Haifaa Al-MansourMiss Camel, da poco premiato con un sostegno in denaro dal Dubai International Film Festival. Sarà la storia di una giovane saudita, intenzionata a fuggire dal matrimonio combinatole dalla famiglia per accedere a una scuola d’arte all’estero.

All’edizione 2017 del Saudi Film Festival, a marzo, erano ben 59 i film di produzione saudita proposti, tra lavori conclusi e altri ancora in fase di scrittura. Dal 1979 a oggi le sale non ufficiali hanno proliferato, veri e propri cinema familiari; i film in VHS e poi in DVD sono entrati in tutte le case, la produzione (specie di cortometraggi) indipendente e “sotterranea” non si è mai del tutto fermata. La voglia di cinema ha portato molti arabi a spostarsi nei paesi vicini per vedere film, come gli Emirati Arabi e il Bahrain: uno di questi racconti è diventato anche un documentario, Cinema 500 km di Abdullah Al-Eyaf (visibile qui).

Ma in un paese ricco e con circa 31 milioni di abitanti i numeri sono prossimi allo zero: “Il cinema saudita crescerà molto nel corso dei prossimi anni“, ha dichiarato di recente l’autrice di Wadjda. C’è da crederle, da sperarlo, da attenderlo con cinefila trepidazione.

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Autore: Carlo Griseri

Giornalista e critico cinematografico, gestisce i siti Cinemaitaliano.info e Agenda del Cinema a Torino, collabora con il festival Seeyousound e molto altro ancora.

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