Viaggio nel Cinema di Almodóvar: Julieta

Un drappo di seta rossa che si alza e si abbassa a intervalli regolari, vibra, respira. È il rosso dell’abito della protagonista, ma anche della passione bruciante, del sangue, della colpa, del sipario a teatro, della tragedia greca che ispira da sempre il regista, Pedro Almodóvar, e che la protagonista tanto ama. Un nome, Julieta, e un primo piano ravvicinato (soluzione stilistica particolarmente amata dal regista) che lo associa immediatamente ad un volto.  Una statuetta di terracotta che raffigura un uomo seduto, senza braccia, il volto scomposto come in un’opera di Picasso. E poi lettere, articoli di giornale, libri, poster alle pareti, un mucchio di carta stampata che soffoca la vita di Julieta (Emma Suárez), una donna sulla cinquantina pronta a lasciarsi alle spalle la sua vita a Madrid per raggiungere il Portogallo insieme al compagno Lorenzo (Darío Grandinetti). C’è un breve dialogo tra i due, poi si stringono. Lui: “Grazie per non lasciarmi a invecchiare solo”, e lei: “Sei tu che non lasci sola me”.

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