Star Wars, non solo film ma fenomeno sociale ed economico

A long time ago in a galaxy far, far away“. Ebbene sembra davvero passato tanto, tanto tempo da quel lontano 1977, quando il mondo rimase sbigottito da una pellicola, firmata George Lucas, che è persino superfluo nominare tanto divenne iconica e celebre.

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TFF35: The Disaster What?

di Francesco Ferraris e Cristian Vincis

Se Pirandello non aveva tutti i torti definendo l’umorismo come avvertimento del contrario, non è difficile capire perché l’inadeguatezza artistica sia da sempre trasversale motivo di ilarità. Ed Wood, in tal senso, è sicuramente l’esempio che meglio rappresenta questa categoria nel mondo del cinema: il regista statunitense, autore di capolavori del trash ormai assunti allo stato aureo di cult come Bride of the Monster (1955) e Plan 9 from Outer Space (1959), ha raccolto negli anni una schiera sempre più nutrita di ammiratori, al punto che nel 1994, circa vent’anni dopo la sua morte, Tim Burton realizzò un riuscitissimo film sulla sua vita. Destino analogo pare essere stato riservato a Tommy Wiseau, l’autore, regista, produttore e interprete principale di The Room (2003). La pellicola, considerata dalla maggior parte della critica, del pubblico e da chiunque provvisto di un minimo di senso critico “Il Quarto Potere dei film brutti” – secondo una celebre definizione di Entertainment Weekly – ha nel tempo attirato a sé un numero sempre più ampio di devoti.

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Manifesto e marionette

La scorsa settimana, sugli schermi delle sale cinematografiche torinesi, tredici Cate Blanchett hanno dato voce a Marx, Tzara, Breton, Marinetti, Fontana, Von Trier e ad altri artisti e pensatori del Novecento. Mi sto riferendo a Manifesto, il film evento scritto, diretto e prodotto nel 2015 da Julian Rosefeldt, acclamato regista e video artista tedesco. Continua a leggere “Manifesto e marionette”

Una donna fantastica: il nuovo film di Sebastián Lelio

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Cosa accomuna Sebastián Lelio e Pablo Larraìn? Si sa, sono due registi originari del Cile, nazione emergente nel panorama cinematografico, ma un altro elemento li unisce: entrambi hanno partecipato al nuovo film Una donna fantastica (Una mujer fantástica) (2017) in uscita in Italia il 19 ottobre. L’uno in veste di regista, l’altro in quella di produttore, entrambi sono fautori di uno stile inconfondibile e amato, che ha permesso ad Una donna fantastica di aggiudicarsi l’Orso d’argento per la Migliore Sceneggiatura al Festival di Berlino 2017.

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Don’t call me Nico

“Call me by my real name, Christa.”
Se una vita dovesse essere riassunta in una sola frase, quella di Christa Päffgen sarebbe questa. La riscopriamo in sala in questi giorni stanca, ruvida, consumata, ma finalmente uguale a se stessa nel ritratto che le dedica Susanna Nicchiarelli: Nico, 1988.

Se di lei sappiamo musicalmente quasi tutto, la storia di Christa/Nico con il cinema è, se possibile, ancora più travagliata e mai davvero compiuta: abbiamo provato a seguirne le tracce in un vorticoso viaggio lungo 50 anni e innumerevoli vite.

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Darren Aronofsky – Un viaggio nell’inquietudine

Sorprende come nell’ultimo film di Darren AronofskyMother! – manchino le tecniche da lui tanto amate come lo split screen o le carrellate di immagini dal taglio breve, inserite qua e là nella narrazione. Il regista usa queste tecniche figlie del cinema (post)moderno con un’indole del tutto nuova: infatti, se un regista come Michel Gondry in film quali Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004), L’arte del sogno (2006) o ancora Mood IndigoLa schiuma dei sogni (2013) usa lo split screen e altre relazioni visuali innovative per creare uno stretto legame confidenziale con lo spettatore e un’immersione in una realtà onirica e irreale fatta di sogni e desideri – il regista statunitense, invece, le usa per creare un climax ascendente nel percorso della visione. Continua a leggere “Darren Aronofsky – Un viaggio nell’inquietudine”

“We’ve Seen Things”: visioni da un Futuro ormai arrivato

Sembra ormai passato tanto tempo da quando nel lontano 1982 faceva la sua comparsa un film che diede una visione del Futuro non esattamente idilliaca, in un periodo in cui il mantra era il sorridere, sperare ed essere ottimisti, sempre.

Un Futuro che inquietava, intristiva, deprimeva negli anni dell’edonismo, dell’ostentazione, della speranza a tutti i costi. Ci vide lontano Ridley Scott? Esaminando il nostro pianetucolo diciamo che in molte cose ha visto lungo, altre le ha forse esagerate un po’, ma in generale il quadro poco edificante messo in scena tre decadi fa si è avverato (sovraffollamento, inquinamento, le megalopoli invivibili che si possono “ammirare” in Oriente o nel Sud America esistono, mancano forse i Replicanti, o forse no) e si ha l’impressione che il peggio debba ancora arrivare.

giphy

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