“La garçonnière” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “LA GARÇONNIERE” (1960)

Il nono film di Giuseppe De Santis esce in una stagione, il 1960, che vede spopolare la trinità del nostro cinema post-neorealista: Rocco e i suoi fratelli di Visconti, L’avventura di Antonioni e La dolce vita di Fellini. Luca Bandirali, nell’analizzare la pellicola per un libro collettaneo del 2007, osserva come «la differenza profonda con il cinema coevo» stia «nella lucidità dell’assunto ideologico e nella chiarezza d’intenti» e come, di fatto, l’autore tenda alla denuncia rispetto alla vicenda raccontata laddove i suoi colleghi partecipano la crisi dei rispettivi personaggi. «Il mondo narrativo desantesiano – prosegue lo studioso – è diviso fin dalle origini in classi; gli umili e gli oppressi, in questo mondo, rappresentano la forza storica del cambiamento; la borghesia cittadina de La garçonnièrie rappresenta, al contrario, un gruppo sociale regressivo, malato, decadente». Nell’esplicitazione di questo conflitto si trova il reale scarto.
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Viaggio nel Cinema di Almodóvar: Julieta

Un drappo di seta rossa che si alza e si abbassa a intervalli regolari, vibra, respira. È il rosso dell’abito della protagonista, ma anche della passione bruciante, del sangue, della colpa, del sipario a teatro, della tragedia greca che ispira da sempre il regista, Pedro Almodóvar, e che la protagonista tanto ama. Un nome, Julieta, e un primo piano ravvicinato (soluzione stilistica particolarmente amata dal regista) che lo associa immediatamente ad un volto.  Una statuetta di terracotta che raffigura un uomo seduto, senza braccia, il volto scomposto come in un’opera di Picasso. E poi lettere, articoli di giornale, libri, poster alle pareti, un mucchio di carta stampata che soffoca la vita di Julieta (Emma Suárez), una donna sulla cinquantina pronta a lasciarsi alle spalle la sua vita a Madrid per raggiungere il Portogallo insieme al compagno Lorenzo (Darío Grandinetti). C’è un breve dialogo tra i due, poi si stringono. Lui: “Grazie per non lasciarmi a invecchiare solo”, e lei: “Sei tu che non lasci sola me”.

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Darren Aronofsky – Un viaggio nell’inquietudine

Sorprende come nell’ultimo film di Darren AronofskyMother! – manchino le tecniche da lui tanto amate come lo split screen o le carrellate di immagini dal taglio breve, inserite qua e là nella narrazione. Il regista usa queste tecniche figlie del cinema (post)moderno con un’indole del tutto nuova: infatti, se un regista come Michel Gondry in film quali Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004), L’arte del sogno (2006) o ancora Mood IndigoLa schiuma dei sogni (2013) usa lo split screen e altre relazioni visuali innovative per creare uno stretto legame confidenziale con lo spettatore e un’immersione in una realtà onirica e irreale fatta di sogni e desideri – il regista statunitense, invece, le usa per creare un climax ascendente nel percorso della visione. Continua a leggere “Darren Aronofsky – Un viaggio nell’inquietudine”

Stalker e Tarkovskij secondo Dylan Dog

Uno dei passatempi più amati e divertenti per chi, come me, è per metà cinefilo e per metà nerd, è trovare riferimenti cinematografici dentro a qualsiasi cosa. Dentro ai cartelloni pubblicitari, alle righe di un romanzo, ai fotogrammi di un film, alle tavole disegnate di un fumetto. Continua a leggere “Stalker e Tarkovskij secondo Dylan Dog”

“La strada lunga un anno” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “LA STRADA LUNGA UN ANNO” (1958)

Non stupisce che La strada lunga un anno, l’ottavo film di Giuseppe De Santis venga considerato il suo capolavoro. A tutti gli effetti si tratta di un compendio del suo cinema, meglio, un perfezionamento di stile e poetica. Da una parte la storia “sovietica” di un paesino isolato dal mondo cui soltanto un’azione collettiva può ridare vita. Dall’altra immagini e musica di respiro hollywoodiano. Nel mezzo l’overacting brechtiano degli attori come già in Non c’è pace tra gli ulivi ma calibrato con maggiore consapevolezza. Insieme western, melodramma e racconto civile. Un’opera che De Santis inseguiva da quattro anni e che è stata possibile solamente grazie a finanziamenti jugoslavi. Girato in Istria ma ambientato in quella campagna che il regista non ha mai smesso di raccontare. Del film con Raf Vallone si è già detto e ancora si dirà, però non va dimenticato quel Giorni d’amore che sembra invece scomparso dai libri di storia e nemmeno Uomini e lupi seppure localizzato in Abruzzo.

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“Uomini e lupi” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “UOMINI E LUPI” (1957)

Il settimo film del regista ciociaro Giuseppe De Santis è considerato un’opera minore per diversi motivi, molti dei quali discutibilissimi. In primo luogo, lo si accusa di anacronismo: una storia contemporanea perché ambientata durante la grande nevicata dell’inverno del ’56, ma inattuale perché dedicata alla gente di montagna che del boom economico non aveva alcun sentore. Una comunità chiusa, nascosta sulle pendici delle vette abruzzesi e indaffarata nella lotta contro la natura ostile, dai terremoti alle belve. Ma è evidente come, se quella realtà esisteva in quel luogo e in quel tempo, il fatto che De Santis e i suoi collaboratori abbiano deciso di parlarne sia prima di tutto un atto politico. E non è nemmeno un caso se tra gli sceneggiatori si trovino Elio Petri e Ugo Pirro, futuri autori della nostra migliore denuncia sociale. Qui li affiancano, oltre il regista, Tonino Guerra, Cesare Zavattini, Tullio Pinelli, Ivo Perilli e Gianni Puccini, nutrita schiera di intellettuali non privi di sensibilità e mestiere.

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Padre, madre e figlie: noi siamo i Deutch

In principio il cognome Deutch era (cinematograficamente) associato al solo nome di Howard, regista classe 1950 che iscrive il suo nome nella storia del cinema popolare USA con la sua opera prima, “Bella in rosa (Pretty in pink)” del 1986, tratto da uno script di John Hughes e interpretato dalla star del momento, Molly Ringwald.

Le commedie adolescenziali cambiano la vita di Deutch anche dal punto di vista personale: è il 1987, il regista è al lavoro sulla sua opera seconda, “Un meraviglioso batticuore (Some kind of wonderful)“, e si innamora – vita e sinossi che si intrecciano… – della sua co-protagonista, Lea Thompson (nota soprattutto per la sua partecipazione a “Ritorno al futuro“). I due si amano e si sposano, dal loro matrimonio nascono prima Madelyn e poi, nel 1994, Zoey, destinate a seguire la carriera di famiglia.

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