“Domenica d’agosto”(1950) di Luciano Emmer

12 mesi con 12 film di Luciano Emmer (Milano, 1918 – Roma, 2009)

In un numero della rivista Cinema del 1949 si parla di Luciano Emmer ma lo si fa per la prima volta in termini diversi. Se fino a quel momento era stato l’autore di corti e documentari d’arte con Enrico Gras, ora il trentenne milanese viene guardato sotto una luce del tutto nuova. Sì perché Domenica d’agosto, la pellicola con cui sta per esordire nel cinema di finzione, non avrà alcun divo, e questo fa notizia. Si afferma infatti che per un giovane alle prime esperienze torna utile affidarsi ai volti che il pubblico ama ritrovare sullo schermo. Ne gioisce la pubblicità del film e spesso anche la sua stessa realizzazione. Emmer ha preferito partire dall’idea di un reportage sulle spiagge di Ostia per poi ampliare il progetto con la complicità di Sergio Amidei, già sceneggiatore di grandi capolavori del dopoguerra come Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini e Sciuscià (1946) di Vittorio De Sica. Continua a leggere ““Domenica d’agosto”(1950) di Luciano Emmer”

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“Un apprezzato professionista di sicuro avvenire”(1972) di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “UN APPREZZATO PROFESSIONISTA DI SICURO AVVENIRE” (1972)

L’ultimo film di Giuseppe De Santis, Un apprezzato professionista di sicuro avvenire, è già tutto nel programmatico titolo: un thriller giudiziario, una commedia di costume, un’opera necessariamente sopra le righe. Sì perché il regista la realizza dopo otto anni di forzata inattività, ideandola e producendola con la preziosa collaborazione dello sceneggiatore Giorgio Salvioni, gettandovi dentro se stesso. In questa storia di un arrivista con un delitto sulla coscienza si sente infatti la voglia di fare film ripartendo dal basso, dallo sguardo sul mondo e al tempo stesso dallo sguardo sul cinema quando, secondo il dizionario Mereghetti, «cerca di adeguarsi ai mutati gusti del pubblico». Il volto di Lino Capolicchio lanciato da Il giardino dei Finzi-Contini (1970) di De Sica, il corpo di Femi Benussi, la sicurezza di interpreti come Andrea Checchi e Riccardo Cucciolla e l’intuito per le derive grottesche della narrazione contemporanea fanno buon gioco al colpo di coda del Nostro.

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Il cinema di Luciano De Crescenzo

L’uscita in dvd del documentario Così parlò Bellavista (2017) è l’ottimo pretesto per rivisitare la breve ma significativa carriera cinematografica dello scrittore-regista-sceneggiatore-attore napoletano Luciano De Crescenzo.

Nascosta dal suo successo letterario (25 titoli, 18 milioni di copie vendute nel mondo in 25 paesi) e dalle sue frequentazioni televisive, la vita cinematografica di Luciano De Crescenzo conta quattro film da regista, altri due (oltre ai suoi) da sceneggiatore e una decina di apparizioni totali davanti alla macchina da presa.

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“Italiani brava gente”(1964) di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “ITALIANI BRAVA GENTE” (1964)

Con il decimo film, Italiani brava gente (1964), Giuseppe De Santis ritrova l’epica degli esordi, seppure questa volta con una struttura che egli stesso ha definito “a imbuto”: invece che partire dall’individuo per aprirsi al collettivo, il film prende piede dalla massa dei soldati italiani sul fronte orientale per chiudersi con un singolo uomo in lotta per la sopravvivenza. Un’opera evidentemente anti-militarista e anti-spettacolare, costruita alternando battaglie e riflessioni sulla loro assurdità. Un film contro tutte le guerre, che dovette fare i conti con la ricezione di più schieramenti: da una parte la denuncia per oltraggio all’esercito italiano, consumatasi in tribunale con un nulla di fatto, e dall’altra la diffidenza del governo sovietico nei confronti di alcune ricostruzioni. Nel primo caso, il progetto fu accusato di mettere in cattiva luce i soldati italiani. Nel secondo, i russi si rifiutarono di accettare l’onore delle armi ai caduti, che invece De Santis avrebbe voluto mostrare come pratica comune. A ogni modo, il regista ha in seguito ricordato gli otto mesi di riprese, resi possibili solamente dalle politiche del disgelo, come un’esperienza straordinaria. Continua a leggere ““Italiani brava gente”(1964) di Giuseppe De Santis”

“La garçonnière” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “LA GARÇONNIERE” (1960)

Il nono film di Giuseppe De Santis esce in una stagione, il 1960, che vede spopolare la trinità del nostro cinema post-neorealista: Rocco e i suoi fratelli di Visconti, L’avventura di Antonioni e La dolce vita di Fellini. Luca Bandirali, nell’analizzare la pellicola per un libro collettaneo del 2007, osserva come «la differenza profonda con il cinema coevo» stia «nella lucidità dell’assunto ideologico e nella chiarezza d’intenti» e come, di fatto, l’autore tenda alla denuncia rispetto alla vicenda raccontata laddove i suoi colleghi partecipano la crisi dei rispettivi personaggi. «Il mondo narrativo desantesiano – prosegue lo studioso – è diviso fin dalle origini in classi; gli umili e gli oppressi, in questo mondo, rappresentano la forza storica del cambiamento; la borghesia cittadina de La garçonnièrie rappresenta, al contrario, un gruppo sociale regressivo, malato, decadente». Nell’esplicitazione di questo conflitto si trova il reale scarto.
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Dalla Rivoluzione d’Ottobre al Neorealismo

Una questione assai poco dibattuta sia in sede storiografica sia soprattutto in campo critico è il ruolo della cinematografia sovietica nella cultura italiana degli anni tra le due guerre. In particolare, non sembra voler riemergere la fascinazione che molti intellettuali mostrarono nei confronti dell’arte socialista. Il maggiore esperto dell’argomento in Italia è indubbiamente Gian Piero Brunetta, il quale già negli anni Settanta aveva individuato nella persona di Umberto Barbaro il tramite di una teorizzazione coerente e sistematica, sui presupposti di un realismo più sostanziale che di facciata, per un cinema italiano ancora tutto da farsi. Un lavoro che trovò persino applicazione diretta nel momento in cui questi divenne docente del Centro Sperimentale di Cinematografia, nato nel 1935.

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Don’t call me Nico

“Call me by my real name, Christa.”
Se una vita dovesse essere riassunta in una sola frase, quella di Christa Päffgen sarebbe questa. La riscopriamo in sala in questi giorni stanca, ruvida, consumata, ma finalmente uguale a se stessa nel ritratto che le dedica Susanna Nicchiarelli: Nico, 1988.

Se di lei sappiamo musicalmente quasi tutto, la storia di Christa/Nico con il cinema è, se possibile, ancora più travagliata e mai davvero compiuta: abbiamo provato a seguirne le tracce in un vorticoso viaggio lungo 50 anni e innumerevoli vite.

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