“Italiani brava gente”(1964) di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “ITALIANI BRAVA GENTE” (1964)

Con il decimo film, Italiani brava gente (1964), Giuseppe De Santis ritrova l’epica degli esordi, seppure questa volta con una struttura che egli stesso ha definito “a imbuto”: invece che partire dall’individuo per aprirsi al collettivo, il film prende piede dalla massa dei soldati italiani sul fronte orientale per chiudersi con un singolo uomo in lotta per la sopravvivenza. Un’opera evidentemente anti-militarista e anti-spettacolare, costruita alternando battaglie e riflessioni sulla loro assurdità. Un film contro tutte le guerre, che dovette fare i conti con la ricezione di più schieramenti: da una parte la denuncia per oltraggio all’esercito italiano, consumatasi in tribunale con un nulla di fatto, e dall’altra la diffidenza del governo sovietico nei confronti di alcune ricostruzioni. Nel primo caso, il progetto fu accusato di mettere in cattiva luce i soldati italiani. Nel secondo, i russi si rifiutarono di accettare l’onore delle armi ai caduti, che invece De Santis avrebbe voluto mostrare come pratica comune. A ogni modo, il regista ha in seguito ricordato gli otto mesi di riprese, resi possibili solamente dalle politiche del disgelo, come un’esperienza straordinaria. Continua a leggere ““Italiani brava gente”(1964) di Giuseppe De Santis”

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“La garçonnière” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “LA GARÇONNIERE” (1960)

Il nono film di Giuseppe De Santis esce in una stagione, il 1960, che vede spopolare la trinità del nostro cinema post-neorealista: Rocco e i suoi fratelli di Visconti, L’avventura di Antonioni e La dolce vita di Fellini. Luca Bandirali, nell’analizzare la pellicola per un libro collettaneo del 2007, osserva come «la differenza profonda con il cinema coevo» stia «nella lucidità dell’assunto ideologico e nella chiarezza d’intenti» e come, di fatto, l’autore tenda alla denuncia rispetto alla vicenda raccontata laddove i suoi colleghi partecipano la crisi dei rispettivi personaggi. «Il mondo narrativo desantesiano – prosegue lo studioso – è diviso fin dalle origini in classi; gli umili e gli oppressi, in questo mondo, rappresentano la forza storica del cambiamento; la borghesia cittadina de La garçonnièrie rappresenta, al contrario, un gruppo sociale regressivo, malato, decadente». Nell’esplicitazione di questo conflitto si trova il reale scarto.
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Dalla Rivoluzione d’Ottobre al Neorealismo

Una questione assai poco dibattuta sia in sede storiografica sia soprattutto in campo critico è il ruolo della cinematografia sovietica nella cultura italiana degli anni tra le due guerre. In particolare, non sembra voler riemergere la fascinazione che molti intellettuali mostrarono nei confronti dell’arte socialista. Il maggiore esperto dell’argomento in Italia è indubbiamente Gian Piero Brunetta, il quale già negli anni Settanta aveva individuato nella persona di Umberto Barbaro il tramite di una teorizzazione coerente e sistematica, sui presupposti di un realismo più sostanziale che di facciata, per un cinema italiano ancora tutto da farsi. Un lavoro che trovò persino applicazione diretta nel momento in cui questi divenne docente del Centro Sperimentale di Cinematografia, nato nel 1935.

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Don’t call me Nico

“Call me by my real name, Christa.”
Se una vita dovesse essere riassunta in una sola frase, quella di Christa Päffgen sarebbe questa. La riscopriamo in sala in questi giorni stanca, ruvida, consumata, ma finalmente uguale a se stessa nel ritratto che le dedica Susanna Nicchiarelli: Nico, 1988.

Se di lei sappiamo musicalmente quasi tutto, la storia di Christa/Nico con il cinema è, se possibile, ancora più travagliata e mai davvero compiuta: abbiamo provato a seguirne le tracce in un vorticoso viaggio lungo 50 anni e innumerevoli vite.

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“La strada lunga un anno” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “LA STRADA LUNGA UN ANNO” (1958)

Non stupisce che La strada lunga un anno, l’ottavo film di Giuseppe De Santis venga considerato il suo capolavoro. A tutti gli effetti si tratta di un compendio del suo cinema, meglio, un perfezionamento di stile e poetica. Da una parte la storia “sovietica” di un paesino isolato dal mondo cui soltanto un’azione collettiva può ridare vita. Dall’altra immagini e musica di respiro hollywoodiano. Nel mezzo l’overacting brechtiano degli attori come già in Non c’è pace tra gli ulivi ma calibrato con maggiore consapevolezza. Insieme western, melodramma e racconto civile. Un’opera che De Santis inseguiva da quattro anni e che è stata possibile solamente grazie a finanziamenti jugoslavi. Girato in Istria ma ambientato in quella campagna che il regista non ha mai smesso di raccontare. Del film con Raf Vallone si è già detto e ancora si dirà, però non va dimenticato quel Giorni d’amore che sembra invece scomparso dai libri di storia e nemmeno Uomini e lupi seppure localizzato in Abruzzo.

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Francesco Giai Via racconta la 34° edizione di Annecy Cinéma Italien

Arriva oggi l’apertura del Festival Annecy Cinéma Italien, con la proiezione del film Amore e Malavita dei Manetti Bros verrà dato il via alla storica manifestazione cinematografica.

Francesco Giai Via, critico cinematografico, membro del comitato artistico del Torino Film Festival e responsabile della programmazione del festival CinemAmbiente di Torino, è il nuovo direttore artistico del Annecy Cinéma Italien. Persona molto disponibile, quale è, ha accettato di rispondere a qualche domanda per illustrare novità e valori di questo storico festival e della sua 34° edizione. Continua a leggere “Francesco Giai Via racconta la 34° edizione di Annecy Cinéma Italien”

“Uomini e lupi” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “UOMINI E LUPI” (1957)

Il settimo film del regista ciociaro Giuseppe De Santis è considerato un’opera minore per diversi motivi, molti dei quali discutibilissimi. In primo luogo, lo si accusa di anacronismo: una storia contemporanea perché ambientata durante la grande nevicata dell’inverno del ’56, ma inattuale perché dedicata alla gente di montagna che del boom economico non aveva alcun sentore. Una comunità chiusa, nascosta sulle pendici delle vette abruzzesi e indaffarata nella lotta contro la natura ostile, dai terremoti alle belve. Ma è evidente come, se quella realtà esisteva in quel luogo e in quel tempo, il fatto che De Santis e i suoi collaboratori abbiano deciso di parlarne sia prima di tutto un atto politico. E non è nemmeno un caso se tra gli sceneggiatori si trovino Elio Petri e Ugo Pirro, futuri autori della nostra migliore denuncia sociale. Qui li affiancano, oltre il regista, Tonino Guerra, Cesare Zavattini, Tullio Pinelli, Ivo Perilli e Gianni Puccini, nutrita schiera di intellettuali non privi di sensibilità e mestiere.

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