Don’t call me Nico

“Call me by my real name, Christa.”
Se una vita dovesse essere riassunta in una sola frase, quella di Christa Päffgen sarebbe questa. La riscopriamo in sala in questi giorni stanca, ruvida, consumata, ma finalmente uguale a se stessa nel ritratto che le dedica Susanna Nicchiarelli: Nico, 1988.

Se di lei sappiamo musicalmente quasi tutto, la storia di Christa/Nico con il cinema è, se possibile, ancora più travagliata e mai davvero compiuta: abbiamo provato a seguirne le tracce in un vorticoso viaggio lungo 50 anni e innumerevoli vite.

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“La strada lunga un anno” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “LA STRADA LUNGA UN ANNO” (1958)

Non stupisce che La strada lunga un anno, l’ottavo film di Giuseppe De Santis venga considerato il suo capolavoro. A tutti gli effetti si tratta di un compendio del suo cinema, meglio, un perfezionamento di stile e poetica. Da una parte la storia “sovietica” di un paesino isolato dal mondo cui soltanto un’azione collettiva può ridare vita. Dall’altra immagini e musica di respiro hollywoodiano. Nel mezzo l’overacting brechtiano degli attori come già in Non c’è pace tra gli ulivi ma calibrato con maggiore consapevolezza. Insieme western, melodramma e racconto civile. Un’opera che De Santis inseguiva da quattro anni e che è stata possibile solamente grazie a finanziamenti jugoslavi. Girato in Istria ma ambientato in quella campagna che il regista non ha mai smesso di raccontare. Del film con Raf Vallone si è già detto e ancora si dirà, però non va dimenticato quel Giorni d’amore che sembra invece scomparso dai libri di storia e nemmeno Uomini e lupi seppure localizzato in Abruzzo.

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Francesco Giai Via racconta la 34° edizione di Annecy Cinéma Italien

Arriva oggi l’apertura del Festival Annecy Cinéma Italien, con la proiezione del film Amore e Malavita dei Manetti Bros verrà dato il via alla storica manifestazione cinematografica.

Francesco Giai Via, critico cinematografico, membro del comitato artistico del Torino Film Festival e responsabile della programmazione del festival CinemAmbiente di Torino, è il nuovo direttore artistico del Annecy Cinéma Italien. Persona molto disponibile, quale è, ha accettato di rispondere a qualche domanda per illustrare novità e valori di questo storico festival e della sua 34° edizione. Continua a leggere “Francesco Giai Via racconta la 34° edizione di Annecy Cinéma Italien”

“Uomini e lupi” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “UOMINI E LUPI” (1957)

Il settimo film del regista ciociaro Giuseppe De Santis è considerato un’opera minore per diversi motivi, molti dei quali discutibilissimi. In primo luogo, lo si accusa di anacronismo: una storia contemporanea perché ambientata durante la grande nevicata dell’inverno del ’56, ma inattuale perché dedicata alla gente di montagna che del boom economico non aveva alcun sentore. Una comunità chiusa, nascosta sulle pendici delle vette abruzzesi e indaffarata nella lotta contro la natura ostile, dai terremoti alle belve. Ma è evidente come, se quella realtà esisteva in quel luogo e in quel tempo, il fatto che De Santis e i suoi collaboratori abbiano deciso di parlarne sia prima di tutto un atto politico. E non è nemmeno un caso se tra gli sceneggiatori si trovino Elio Petri e Ugo Pirro, futuri autori della nostra migliore denuncia sociale. Qui li affiancano, oltre il regista, Tonino Guerra, Cesare Zavattini, Tullio Pinelli, Ivo Perilli e Gianni Puccini, nutrita schiera di intellettuali non privi di sensibilità e mestiere.

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“Giorni d’Amore” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “GIORNI D’AMORE” (1954)

Dopo aver firmato con i sodali Elio Petri e Gianni Puccini – e, tra gli altri, Cesare Zavattini – la sceneggiatura di Donne proibite di Giuseppe Amato (all’anagrafe G. Vasaturo, un impavido produttore partenopeo), De Santis realizza questo sesto lavoro nel natio paese ciociaro di Fondi. Già Non c’è pace tra gli ulivi era stato ambientato in quella zona, ma è soltanto qui che vediamo gli alberi di arance e limoni che l’autore ricorda sempre con piacere insieme agli anni d’infanzia. Giorni d’amore nasce con l’intenzione di raccontare una piccola storia di poveri uomini, e prende le mosse dal solare primo piano dell’Angelina di Marine Vlady per aprirsi senza stacchi ad un arioso campo totale sulle campagne in attività. Un movimento di camera tipicamente desantisiano, stilisticamente riconoscibile e ideologicamente coerente. Ma, allo stesso tempo, un segnale di ciò che il suo cinema stava rapidamente acquisendo in approfondimento psicologico della figura femminile. Altrove abbiamo constatato come Un marito per Anna Zaccheo abbia rappresentato in questo senso una cesura, tuttavia sarebbe forse più corretto dire che i due percorsi hanno per lungo tempo coesistito: da una parte i drammi corali di Caccia tragica e Roma ore 11, dall’altra l’attenzione per quelli individuali, comunque già sperimentata nella sensibilità tutta moderna della Silvana di Riso amaro.

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“Un marito per Anna Zaccheo” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: UN MARITO PER ANNA ZACCHEO (1953)

Il quinto film di Giuseppe De Santis esce in un momento delicato per il cinema italiano, quel periodo (dal 1953 al 1959) che qualcuno ha definito gli “anni difficili” del Neorealismo. In realtà, se non si considerano gli scritti di Cesare Zavattini, negli anni Cinquanta di quello non vi è quasi più traccia se non nelle derivazioni più leggere e disimpegnate, dal melodramma alla commedia. Non è questa la sede per un’attenta disamina del fenomeno, perciò rimandiamo senza esitazione al ponderoso Neorealismo. Il nuovo cinema del dopoguerra (Marsilio, 2014) di Stefania Parigi. A ogni modo, è piuttosto un momento di passaggio quello in cui si inserisce il regista ciociaro con la sua opera, «l’unico soggetto – afferma – che non sia nato da me, da una mia idea o da un mio scritto». Il dato è significativo solo in parte se si considera che, all’acquisizione del progetto da parte di Alfredo Giannetti e Salvatore Laurani, egli richiamerà alcuni collaboratori fidati quali Elio Petri e Gianni Puccini. Premessa agli atti, quindi, la modalità di lavoro di De Santis non cambia e la missione di fondo resta quella di sondare la realtà italiana dell’epoca con la massima attenzione.

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S’Onda Noa

La Sardegna: isola famosa tra le mete turistiche e amata sin dagli inizi dalla settima arte, nel 1916 Febo Mari girò il suo lavoro Cenere proprio su questa isola. La web serie Quella sporca sacca nera, prodotta qualche anno fa da Mauro Aragoni, racconta l’isola del West italiano molto amato dai registi nostrani e dal pubblico Americano. Ma la Sardegna cinematografica è molto di più che polvere e pistoleri, e gli ultimi anni ne sono testimonianza. La storia, la cultura e le tradizioni hanno rianimato il cinema sardo, che se visto sotto un ottica alla “Nouvelle Vague” potremmo anche definire come un nuovo spirito cinematografico: S’onda noa (La nuova onda).

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