“We’ve Seen Things”: visioni da un Futuro ormai arrivato

Sembra ormai passato tanto tempo da quando nel lontano 1982 faceva la sua comparsa un film che diede una visione del Futuro non esattamente idilliaca, in un periodo in cui il mantra era il sorridere, sperare ed essere ottimisti, sempre.

Un Futuro che inquietava, intristiva, deprimeva negli anni dell’edonismo, dell’ostentazione, della speranza a tutti i costi. Ci vide lontano Ridley Scott? Esaminando il nostro pianetucolo diciamo che in molte cose ha visto lungo, altre le ha forse esagerate un po’, ma in generale il quadro poco edificante messo in scena tre decadi fa si è avverato (sovraffollamento, inquinamento, le megalopoli invivibili che si possono “ammirare” in Oriente o nel Sud America esistono, mancano forse i Replicanti, o forse no) e si ha l’impressione che il peggio debba ancora arrivare.

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Padre, madre e figlie: noi siamo i Deutch

In principio il cognome Deutch era (cinematograficamente) associato al solo nome di Howard, regista classe 1950 che iscrive il suo nome nella storia del cinema popolare USA con la sua opera prima, “Bella in rosa (Pretty in pink)” del 1986, tratto da uno script di John Hughes e interpretato dalla star del momento, Molly Ringwald.

Le commedie adolescenziali cambiano la vita di Deutch anche dal punto di vista personale: è il 1987, il regista è al lavoro sulla sua opera seconda, “Un meraviglioso batticuore (Some kind of wonderful)“, e si innamora – vita e sinossi che si intrecciano… – della sua co-protagonista, Lea Thompson (nota soprattutto per la sua partecipazione a “Ritorno al futuro“). I due si amano e si sposano, dal loro matrimonio nascono prima Madelyn e poi, nel 1994, Zoey, destinate a seguire la carriera di famiglia.

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Film sotto l’ombrellone. La bella stagione al Cinema

Il sole, il caldo, le assolate spiagge o la città torrida. Anche l’Estate è stagione ricca di avventure cinematografiche, dove ogni genere trova il suo spazio e ogni emozione spicca il volo.

Pensiamo alla bella stagione e subito ci vengono in mente acque cristalline e cocktail ghiacciati, magari torniamo con la memoria agli anni liceali, nei quali all’ultima campanella dell’ultimo giorno, esplodevamo di gioia per i tre mesi di (compiti a parte) sollazzo che ci attendevano. La Settima Arte ha usato questa sorta di emozione comune in decine e decine di pellicole, mettendo al centro le follie estive di adolescenti o giovani adulti alle prese con avventure amorose o qualche guaio da cui cavarsi.

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La sindrome della poiana

È successo spesso che, soprattutto nei film risalenti all’epoca d’oro di Hollywood, ai personaggi omosessuali non fosse ammesso avere un lieto fine. Anche se fosse stato concesso loro di avere una relazione amorosa, chi, nella coppia, si fosse dimostrato più determinato ad ufficializzarla, “corrompendo” così la dignità dell’altro, sarebbe stato destinato a morire.

Il nome Sindrome della poiana deriva dalla scena madre de L’altra metà dell’amore (Lost and Delirious) di Léa Pool, in cui Pauline (Piper Perabo), delusa perché Victoria (Jessica Paré) ha rinunciato alla loro relazione per viverne una con un ragazzo con il solo scopo di sentirsi “normale”, fa per lanciarsi giù da un tetto. Sull’avambraccio è adagiata la sua poiana da compagnia (chi non desidera averne una come animale domestico?). Prima di buttarsi, Pauline dice addio al rapace e lo libera.

Il 31% dei personaggi gay o bisessuali nati dalle penne degli sceneggiatori delle serie televisive americane andate in onda dal 1976 al 2016 ha fatto una brutta fine. Tra queste, la morte di Lexa (una tosta Alycia Debnam-Carey nei panni della Comandante dei 12 Clan di The 100) è quella che ha fatto più scalpore. L’eroina è stata uccisa sul campo di battaglia da una pallottola vagante pochi minuti dopo aver consumato un rapporto omosessuale con Clarke (la protagonista della serie, interpretata da Eliza Taylor). L’uscita di scena, così pensata e così realizzata, ha assunto, per il fandom LGBTQ+, il carattere di una punizione divina ed ha scatenato non pochi malumori, tutti rovesciati sui canali social (l’hashtag #lexadeservedbetter è stato, su Twitter, un trend per mesi).

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Eleanor, Talia, Sofia. O “dell’infinita dinastia Coppola”

Giugno 2017 vede l’uscita in sala in Italia di “Parigi può attendere“, film d’esordio nella fiction (a 80 anni!) di Eleanor Jessie Neil, classe 1936 (figlia di Bill, al lavoro sugli effetti speciali in filmetti come “L’impero colpisce ancora”, “Il ritorno dello Jedi” e l’originale “Ghostbusters”…).

Eleanor dal 1963 è la moglie di Francis Ford Coppola ed è quindi più nota nel mondo del cinema come Eleanor Coppola, già regista di un paio di documentari storici (“Heart of Darkness” e “Coda“, entrambi dedicati alla faticosa esperienza di set durante “Apocalypse Now“).

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Monsieur Verdoux secondo Orson Welles

di Alessandro Amato

«Al mondo ci sono solo due grandi attori, Charlie Chaplin e Orson Welles», avrebbe detto John Barrymore. E se Peter Bogdanovich – nel celeberrimo libro-intervista da lui curato – utilizza questa citazione per spronare Welles a parlare della sua personale tecnica attoriale, questi coglie invece l’occasione per discutere del comico britannico. Continua a leggere “Monsieur Verdoux secondo Orson Welles”

Zootopia: la città della tecnologia contemporanea

di Camilla Lasiu

Zootopia è la città divisa in quartieri ambientali, dove ognuno può diventare ciò che sogna davvero, proprio come Judy Hopps. La coniglietta di provincia si trasferisce nella metropoli per assumere il ruolo di poliziotto, ma finisce con l’essere assegnata al ruolo di “ausiliare del traffico”. Nel tentativo di riscattarsi Judy, con l’aiuto dell’amico volpe Nick Wilde, si mette sulle tracce di una lontra scomparsa misteriosamente. Judy non solo risolverà il caso, ma riuscirà a risolvere la diversità arbitraria tra animali predatori e animali “inferiori”. Continua a leggere “Zootopia: la città della tecnologia contemporanea”