“La strada lunga un anno” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “LA STRADA LUNGA UN ANNO” (1958)

Non stupisce che La strada lunga un anno, l’ottavo film di Giuseppe De Santis venga considerato il suo capolavoro. A tutti gli effetti si tratta di un compendio del suo cinema, meglio, un perfezionamento di stile e poetica. Da una parte la storia “sovietica” di un paesino isolato dal mondo cui soltanto un’azione collettiva può ridare vita. Dall’altra immagini e musica di respiro hollywoodiano. Nel mezzo l’overacting brechtiano degli attori come già in Non c’è pace tra gli ulivi ma calibrato con maggiore consapevolezza. Insieme western, melodramma e racconto civile. Un’opera che De Santis inseguiva da quattro anni e che è stata possibile solamente grazie a finanziamenti jugoslavi. Girato in Istria ma ambientato in quella campagna che il regista non ha mai smesso di raccontare. Del film con Raf Vallone si è già detto e ancora si dirà, però non va dimenticato quel Giorni d’amore che sembra invece scomparso dai libri di storia e nemmeno Uomini e lupi seppure localizzato in Abruzzo.

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“Uomini e lupi” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “UOMINI E LUPI” (1957)

Il settimo film del regista ciociaro Giuseppe De Santis è considerato un’opera minore per diversi motivi, molti dei quali discutibilissimi. In primo luogo, lo si accusa di anacronismo: una storia contemporanea perché ambientata durante la grande nevicata dell’inverno del ’56, ma inattuale perché dedicata alla gente di montagna che del boom economico non aveva alcun sentore. Una comunità chiusa, nascosta sulle pendici delle vette abruzzesi e indaffarata nella lotta contro la natura ostile, dai terremoti alle belve. Ma è evidente come, se quella realtà esisteva in quel luogo e in quel tempo, il fatto che De Santis e i suoi collaboratori abbiano deciso di parlarne sia prima di tutto un atto politico. E non è nemmeno un caso se tra gli sceneggiatori si trovino Elio Petri e Ugo Pirro, futuri autori della nostra migliore denuncia sociale. Qui li affiancano, oltre il regista, Tonino Guerra, Cesare Zavattini, Tullio Pinelli, Ivo Perilli e Gianni Puccini, nutrita schiera di intellettuali non privi di sensibilità e mestiere.

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“Giorni d’Amore” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: “GIORNI D’AMORE” (1954)

Dopo aver firmato con i sodali Elio Petri e Gianni Puccini – e, tra gli altri, Cesare Zavattini – la sceneggiatura di Donne proibite di Giuseppe Amato (all’anagrafe G. Vasaturo, un impavido produttore partenopeo), De Santis realizza questo sesto lavoro nel natio paese ciociaro di Fondi. Già Non c’è pace tra gli ulivi era stato ambientato in quella zona, ma è soltanto qui che vediamo gli alberi di arance e limoni che l’autore ricorda sempre con piacere insieme agli anni d’infanzia. Giorni d’amore nasce con l’intenzione di raccontare una piccola storia di poveri uomini, e prende le mosse dal solare primo piano dell’Angelina di Marine Vlady per aprirsi senza stacchi ad un arioso campo totale sulle campagne in attività. Un movimento di camera tipicamente desantisiano, stilisticamente riconoscibile e ideologicamente coerente. Ma, allo stesso tempo, un segnale di ciò che il suo cinema stava rapidamente acquisendo in approfondimento psicologico della figura femminile. Altrove abbiamo constatato come Un marito per Anna Zaccheo abbia rappresentato in questo senso una cesura, tuttavia sarebbe forse più corretto dire che i due percorsi hanno per lungo tempo coesistito: da una parte i drammi corali di Caccia tragica e Roma ore 11, dall’altra l’attenzione per quelli individuali, comunque già sperimentata nella sensibilità tutta moderna della Silvana di Riso amaro.

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“Un marito per Anna Zaccheo” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: UN MARITO PER ANNA ZACCHEO (1953)

Il quinto film di Giuseppe De Santis esce in un momento delicato per il cinema italiano, quel periodo (dal 1953 al 1959) che qualcuno ha definito gli “anni difficili” del Neorealismo. In realtà, se non si considerano gli scritti di Cesare Zavattini, negli anni Cinquanta di quello non vi è quasi più traccia se non nelle derivazioni più leggere e disimpegnate, dal melodramma alla commedia. Non è questa la sede per un’attenta disamina del fenomeno, perciò rimandiamo senza esitazione al ponderoso Neorealismo. Il nuovo cinema del dopoguerra (Marsilio, 2014) di Stefania Parigi. A ogni modo, è piuttosto un momento di passaggio quello in cui si inserisce il regista ciociaro con la sua opera, «l’unico soggetto – afferma – che non sia nato da me, da una mia idea o da un mio scritto». Il dato è significativo solo in parte se si considera che, all’acquisizione del progetto da parte di Alfredo Giannetti e Salvatore Laurani, egli richiamerà alcuni collaboratori fidati quali Elio Petri e Gianni Puccini. Premessa agli atti, quindi, la modalità di lavoro di De Santis non cambia e la missione di fondo resta quella di sondare la realtà italiana dell’epoca con la massima attenzione.

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LOVERS32 – I dieci giorni che sconvolsero Sir Gay

¡Que viva México! è la creatura incompiuta di Sergej Ejzenštejn, il celeberrimo regista sovietico che ha vissuto in Messico un anno intero, di cui dieci giorni a Guanajuato, con, appunto, l’intenzione di imprimere su pellicola una rappresentazione episodica della cultura e della politica vigente in Messico dal periodo pre-colombiano a quello della rivoluzione messicana.

L’ambizioso progetto è stato abbandonato per volontà della produzione, ma, delle difficoltà che il padre de La corazzata Potëmkin ha dovuto affrontare per difendere il suo lavoro, a Peter Greenaway è importato relativamente poco. Quello di cui si è preoccupato in Eisenstein in Messico (Eisenstein in Guanajuato) è, principalmente, la sua presunta iniziazione al sesso e all’omosessualità. E lo stesso fa Mark Rappaport in Sergei/Sir Gay, presentato al 32° Lovers Film Festival come uno dei fiori all’occhiello della programmazione. Continua a leggere “LOVERS32 – I dieci giorni che sconvolsero Sir Gay”

“Roma, ore 11” di Giuseppe De Santis

11 MESI PER 11 FILM DI GIUSEPPE DE SANTIS: ROMA, ORE 11 (1952)

È impossibile non accorgersi di quanto sia attuale il quarto film di De Santis. Basato su un’inchiesta ideata da Cesare Zavattini e realizzata dall’allora giovane giornalista Elio Petri, Roma, ore 11 si caricò sulle spalle l’arduo compito di fotografare l’Italia nel delicato passaggio dalla ricostruzione al boom economico. In particolare, si propose di rielaborare un tragico evento di cronaca in immagini di altrettanta crudezza. Quasi 300 ragazze si erano presentate a un colloquio per segretaria e, mentre aspettavano in coda nello stabile che ospitava l’ufficio, le scale crollarono sotto il loro peso. Ma il vero dramma sta fuori dal racconto: com’è possibile che in tante si fossero presentate quel giorno? Ecco il motivo dell’inchiesta. Bisognava conoscere le candidate, le loro motivazioni, i loro problemi. In seguito, Zavattini propose anche di fare un’esperienza diretta e di annunciare sul giornale che si cercavano collaboratrici per la realizzazione del film. Questa volta si presentarono soltanto una cinquantina di donne, eppure l’esperimento fu molto utile agli autori per impostare la storia e fu fatto a fin di bene perché portò due assunzioni. Lo stesso regista – durante una conferenza negli Stati Uniti nel 1991 – ha spiegato: «Allora eravamo sui 3 milioni di disoccupati in Italia con una percentuale di circa 2 milioni di giovani ed oggi siamo quasi sulle stesse cifre. I tempi non sono mutati almeno da questo punto di vista. Certo sono mutati gli atteggiamenti delle ragazze e sono mutate molte cose da allora, però purtroppo questo problema non è variato». Continua a leggere ““Roma, ore 11” di Giuseppe De Santis”

I FILM DI XAVIER DOLAN

XAVIER DOLAN

di Giorgia Lodato

Xavier Dolan inizia la sua carriera nel cinema recitando prima in spot pubblicitari e cortometraggi, poi diventando il protagonista dei suoi stessi film. I primi lungometraggi del regista hanno un non so che di autobiografico e affrontano il delicato tema del rapporto tra madre e figlio, costante elemento dei suoi film.

Un altro tema di derivazione autobiografica è l’omosessualità: fin da J’ai tué ma mère Dolan interpreta un giovane ragazzo alle prese con la sua nuova sessualità e la difficoltà di farsi accettare dagli altri, in particolare dalla madre con la quale ha un rapporto molto burrascoso. Il tema viene ripreso anche nel suo secondo film  Les Amours imaginaires e sviscerato però in modo diverso : sessualità a confronto quella di un uomo e di una donna – amici – innamorati dello stesso ragazzo.

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